Porto di Alghero
Tutto è perduto
Film
Il film sembra una metafora della crisi americana anni 2009.
Di colpo, senza alcuna avvisaglia, la barca viene colpita da un container perduto da una nave..
Il protagonista regge bene il colpo, perché è molto esperto, sa anche riparare la falla, sa resistere alle tempeste così bene che durante una burrasca si fa la barba molto tranquillamente. Lui non ha bisogno di nessuno, è completamente autonomo, non deve chiedere nulla perché sa fare tutto e anche molto bene.
Ma la natura si accanisce ancora di più. Arriva un'altra tempesta, la barca si capovolge, ritorna in assetto, e il danno ormai è irreparabile. Poco male. Rimangono il canotto gonfiabile, alcune attrezzature e viveri prelevati dalla barca, e via, alla ricerca di una via d'uscita. La radio non funziona. Poco male. Col sestante riesce a calcolare la direzione e vede che tra poco incrocerà una rotta molto trafficata.
Manca l'acqua, e ingegnosamente la ricava con l'evaporazione, e manca anche il cibo. Un pesce abbocca alla sua lenza ma un pesce più grosso glielo soffia al volo. Grossi squali nuotano attorno al canotto. Da pescatore può rischiare di diventare preda in un mondo di rapina.
Finalmente incrocia una grossa nave mercantile ma risulta invisibile al grande portacontainer che sembra quasi una nave fantasma priva di equipaggio. Durante la notte un'altra grande nave lo sfiora ma nessuno sente le sue grida, nessuno vede la luce dei suoi razzi.
Ciù Cicillu: Veliero
L'iniziale sicurezza lo abbandona. Scrive una lettera, non si sa a chi. Lui ha provato a vivere, ad amare, a fare tutto per bene, ma forse solo adesso si accorge dei suoi errori inconsapevoli, perché lui non pensava di aver anche bisogno degli altri. Lui ci ha provato, ma si scusa di non esserci riuscito. Ha un attimo di esitazione prima di abbandonare il suo messaggio al mare, ma poi lo lancia.
Inaspettatamente una luce all'orizzonte rivela una presenza. Ma non ci sono più razzi, è notte, la barca è lontana. Il suo istinto di sopravvivenza gli suggerisce di fare un fuoco con il suo giornale di bordo. A foglio a foglio alimenta le fiamme che ben presto bruciano anche il canotto. E' la fine. Abbandona il natante e si lascia andare sempre più giù nell'oceano. Finché una luce in superficie lo convince a risalire e infine la sua mano incontra un'altra mano.
L'ultima metafora suggerisce che nel momento del bisogno gli amici più importanti, più potenti, ti sfiorano senza neppure vederti mentre l'aiuto ti viene da chi meno potresti aspettartelo.
E ancora: a volte la soluzione arriva solo quando sei disposto a mettere tutto in gioco, anche la tua ultima sicurezza. Bruciando il canotto il naufrago ha ottenuto l'attenzione necessaria.
Mareggiata a Las Tronas
La morale finale è che trionfa l'ottimismo americano. Tutto va bene, se ci credi tutto deve andare bene.
Questo è un vero film perché si basa soltanto sulla forza delle immagini e sull'interpretazione dell'unico attore, Robert Redford che si esprime soltanto attraverso la mimica e i movimenti. E' un film muto, senza neppure i sottotitoli dei film muti. Eppure si percepiscono i sentimenti, le idee, le sensazioni nel loro evolversi dall'iniziale sicurezza alla preoccupazione, alla disperazione e all'estrema rassegnazione. Nessun eccesso, nessuna enfasi, tutto scorre nella più credibile normalità.







